Sui fatti di Pisa al Cnr

Viviamo nel mondo delle immagini e le immagini hanno sempre un senso. La principale a girare in queste ore è quella della manifestazione di Pisa di ieri al Cnr. con i poliziotti con i manganelli alzati e il manifestante che si tocca la testa sanguinante. Il potere anonimo, in divisa, violento o a seconda delle opinioni autorevole e giustiziatore, e il martire dell’ideale, sanguinante, cristologico. Il bene e il male, l’autorità e la disobbedienza, la vittima e il carnefice. Il Cristo crocifisso sulla croce e il soldato romano che gioca a dadi e infila la lancia nel costato del dio-uomo.
Nella tradizione culturale italiana il martire e il santo hanno una lunga tradizione. Con il risorgere della civiltà urbana e i suoi problemi, alla fine del medioevo, si affermano non solo tendenze culturali pragmatiche e razionali, ma anche nuovi misticismi ultramondani. Il cristianesimo, con la sua mitologia del dio vittima sacrificatosi per noi, è da sempre il serbatoio simbolico della regressione psicologica, e si afferma nella Roma imperiale come simbolo di tale regressione: il corpo simbolo del piacere e della voluttà dei sensi deve venire ferito, vilipeso, martoriato e infine ucciso. La mente calcolatrice e opportunistica deve essere annientata nella fede redentrice ed estasiante.
San Francesco è un primo esempio eclatante di questa nuova attitudine in epoca moderna. Lui non fa come i primi eremiti, un millennio circa prima di lui, che fuggivano nei deserti e si isolavano dal mondo. Lui si straccia le vesti in pubblico, rifiuta il padre e la sua ricchezza in modo teatrale e trova rifugio nella natura circostante la città. E’ l’uomo del non lavoro, della non opera, vive di radici e chiede l’elemosina. Non sa cosa sia il denaro.
Questa teatralizzazione del dissenso nasce, a mio avviso, come rifiuto della nascente prosaicità del vivere urbano, fatto di lavoro, denaro e rapporti sociali. Come tale vuole suscitare scandalo nella città e fa appello al proselitismo, all’imitazione. Le vicende che portarono all’integrazione della sua dottrina di povertà e asservimento all’ignoranza, qui non ci interessano. Interessante è forse il fatto della creazione di un ordine, una specie di setta riconosciuta dalla chiesa ufficiale, in cui l’eresia veniva accettata e integrata.
A differenza di altri paesi europei a forte componente protestante noi italiani abbiamo un santo per ogni giorno, e un santo, oltre ad aver fatto miracoli, è di solito anche un martire. Il martire e santo, se non è un impostore alla padre pio, è generalmente uno psicotico che parla con le sue allucinazioni, un sadico come maria teresa di calcutta e/o masochista. Con quel nome accanto ad ogni giorno abbiamo nella nostra quotidianità sempre quel pizzico di straordinario che va oltre l’ordinario e il comune. Abbiamo l’eccesso. E quanto più la vita con la sua ordinarietà sfugge alle nostre istanze immaginifiche e progettuali, tanto più la ricerca di questo eccesso dal quotidiano si fa sentire. Anche questo sono le esperienze di pericolo giovanili, il sesso orgiastico, la droga e l’alcol, il teppismo cittadino.
Anche le manifestazioni ‘politiche’ degli antagonisti sono ormai diventate esperienze di teppismo pubblico, di teatralizzazione del proprio dissenso, di esperienza forte. Anche l’antagonista rifiuta la società civile – altrimenti detta ‘borghese’ -, rifiuta la ‘mercificazione’ e il denaro, rifiuta o è costretto a rifiutare l’inserimento lavorativo nella società. E come gli ordini o sette religiose gode ormai di un riconoscimento o anche solo di acquiescenza. L’antagonista ha i suoi ghetti nei centri sociali, le sue manifestazioni ‘violente’ servono a far sfogare il disadattato o a far inferocire il perbenista. Insomma allontanano la noia.
Quello che voglio dire è che l’ennesima manifestazione di ieri NON ha quasi niente a che fare con la politica. Se almeno il capo del governo si fosse presentato, se avesse mostrato la sua faccia arrogante e spudorata, allora anche emotivamente sarebbe stato comprensibile un rigurgito di violenza, un urlo primordiale contro l’eterno potere che calpesta la vita. Ma lo svanitello delle lobby si era defilato con un bel ‘ciaone’ lasciando la piazza senza l’osso da mordere.
Ma ormai in Italia, e questo da decenni, ‘la piazza’ – anche se a Pisa eravamo in campagna – è il luogo deputato dell’ostentazione di antagonismo, della teatralizzazione del proprio dissenso, della messa in scena – messinscena – nel proprio grande ‘No!’. Poco importa che, da altrettanti decenni, questa ‘politica’ non porti a nessun risultato concreto, che i gruppuscoli di sinistra si fondino e si fondano in nuovi gruppi e con sempre nuovi capi, per poi svanire il giorno dopo. La ritualità ha preso il sopravvento, la coazione a ripetere è divenuta cronica dipendenza.
Lo stesso giorno che a Pisa si autocelebrava l’antagonismo, a Penne Di Maio dialogava con i cittadini, camminava con loro per le strade. Un cittadino insieme ad altri cittadini che si è preso a cuore le proprie sorti civili e vuole cambiare oggi la realtà in cui vive.

4 pensieri riguardo “Sui fatti di Pisa al Cnr

  1. Ma forse 200 o 300.000 Italiane ed Italiani sono partiti per l’estero, emigrati temporaneamente o non (chi lo sa?neanche chi va via oggi) laureati, diplomati, senza diploma: Mi sembra la conseguenza di una violenza economica inedita! Poi, la teatralizzazione degli scontri tra “forze dell’ordine” e “antagonisti” c’è! Ma non toglie che i primi, li paghiamo noi volenti o nolenti con le nostre tasse, mentre i secondi, molto più deboli, sono almeno volontari? Nel mio paese (sono francese), di questi tempi le violenze poliziesche nelle manifestazioni sempre crescenti e strumentalizzate dal governo / medias / partiti vengono pubblicate sulla Rete: come a Genova 2001, il teatro può essere anche dramma e non penso che l’equidistanza abbia molto senso!

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    1. Ciao, spero ti interessi una risposta. Sulla drammaticità della situazione, quella che chiami “violenza economica”, sono d’accordo con te e non potrebbe essere altrimenti. Tu non ti schieri apertamente con gli antagonisti, ma affermi che “l’equidistanza” tra polizia e dimostranti non ha molto senso, quindi devo pensare che sei propenso a favore loro. Il mio punto è semplice: alla violenza, sia economica che poliziesca, NON si risponde con la violenza. Questa strada in Italia l’abbiamo già battuta ed ha comportato un trentennio di vuoto politico – o meglio di strapotere reazionario e mafioso – dal quale da pochi anni ci stiamo sollevando. La violenza è il linguaggio di chi non ha argomenti e per quanto mi riguarda lo Stato attuale può pure detenerne il monopolio. I cittadini liberi e consapevoli non ci cascano più ed hanno capito che il luogo in cui affermare le proprie ragioni sono le istituzioni.

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